Vieniminelcuore

tutto quello che hai sempre voluto sapere sull'Autrice del libro e non hai mai trovato altrove perché a nessuno è mai fregato di pubblicarlo

love the outside first

- 14 ottobre 2013

leather jacket

l’altro giorno parlavo di corazze, di come le persone sono fatte dentro e di come le persone sono fatte fuori (corazza as in: la serie di atteggiamenti che ciascuno di noi ha fatto in modo nel tempo che diventassero noi). ne parlavo nel contesto di una discussione che andava a parare dalle parti del nobile concetto di: ma dentro, x, è una persona diversa. laddove diversa significa sempre in qualche modo più profonda, più sincera, più vulnerabile, più tutte quelle cose che tanto ci colpiscono nei film, nei libri e nelle canzoni, e che quando avevamo diciannove anni erano tutto quello che speravamo di incontrare, un giorno, and get to love.
ecco, il mio punto di vista di merda dentro alla discussione era che la gran parte di noi nel frattempo si è fatta una vita, per quanto deplorevole, e che se speri di tirare avanti sul principio che per sempre amerai il nucleo di bellezza chiudendo un occhio sulle quotidiane minchiate allora tanti cari auguri, amico mio, ti guarderemo da qua.
perché prima o dopo, inevitabilmente, le notti passate a ascoltare quel che uno ha da dire sul suo presunto vero sé finiscono. e se a fare l’epica dai quindici ai ventisette anni grosso modo siamo bravi tutti, quando arriviamo in zona trenta/quaranta la corazza che ci portiamo appresso è fatta principalmente di quotidiana schifezza.
e allora bisogna che ci sforziamo di renderla tollerabile, questa quotidiana schifezza, e di tollerarla negli altri. perché l’altrui nucleo di epica sarà sempre molto bello e per sempre l’ameremo, ma se l’ognigiorno ci farà cagare finiremo col condannarci all’infelicità eterna sulla base del ma dentro, ma in fondo, ma in realtà.
e non è la realtà, capite.
la realtà è la corazza, per lo più.

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Nick Cave, 11 luglio 2013, Lucca Summer Festival

- 16 luglio 2013

cave

Laura, sì che ti ho pensata. Ti ho pensata lì davanti al palco, prima che Nick Cave cominciasse a suonare. Dodici anni fa al Palalido, 4 giugno 2001. Ore di coda sul cemento dentro a un caldo levavita, e poi la corsa fin sotto al palco, da morirci. Ti ricordi che apriva Goldfrapp? Con quella maglia tremenda a forma di farfalla, di paillettes dorate, e i membri della band vestiti tirolesi. Brava anche, eh. Ma dio se non finiva più.
Poi è finita, grazie al cielo, e Nick Cave è salito sul palco. Lungo, disossato, curvo su di noi come un predicatore dell’Arkansas, perso dentro al suo personale antico testamento. Ti ricordi che c’era ancora Blixa? Fermo in un angolo, zitto, imbolsito, il gilè tirato ai bottoni, gli occhiali da sole. E Mick Harvey, anche lui c’era ancora. Serissimo, impeccabile, le sopracciglia ad ala di gabbiano, la faccia da sì va beh ma facciamo in fretta che poi devo andare a lavar la macchina.
E Warren Ellis, ti ricordi di lui allora? Era appena entrato nei Bad Seeds, lo vedevamo sul palco per la prima volta. Somigliava un po’ a Ligabue, aveva un sacco di capelli e niente barba, e quando non saltava in giro come un ossesso suonava voltato di spalle, a grandi archettate drammatiche. L’anti Blixa, in tutto e per tutto. Così chiaro anche allora, quello che sarebbe successo più tardi.
In questi dodici anni ho visto almeno altri dieci concerti di Nick Cave, Laura. Non mi ha mai delusa, ma ieri avrei voluto che tu fossi lì. Ti avrei voluta vicina nel momento in cui sono entrati, e oltre a Blixa mancava Mick Harvey. Fa paura quando manca Mick Harvey, sai? Alla fine ci è andato davvero, a lavare quella cazzo di macchina, e sul palco a sinistra non è rimasto niente a cui aggrapparsi.
Cioè, a parte Conway Savage. È diventato il mio Bad Seed preferito, e tu dirai, bella forza, di quelli storici non è che ce ne siano rimasti tanti, giusto lui e Martyn P. Casey. Ma Conway, Laura. Conway è un’altra cosa. Anni fa una ragazza che conoscevo mi ha raccontato che è andata a vederlo al concerto solista e gli ha offerto da bere e lui le ha vomitato sulle scarpe. Conway, tenerezza mia. Che dio non ti cambi un capello in testa.
Warren Ellis da dov’è poco ma sicuro non si schioda. Si muove anche meno sul palco, il che è sicuramente una buona notizia. Ma non farmi parlare di lui, sai già come la penso. È un grande animale da palcoscenico, un barbone ancestrale come non se ne vedono in giro, ed è anche bravo, su questo non ci sono dubbi. Ma è Nick Cave che avresti dovuto vedere, Laura. È di lui che voglio parlarti, anche se so già che non ci riuscirò come voglio.
Minaccioso, elegante, ringiovanito di tutti questi dodici anni. Che uno pensa sì certo, trapianto di capelli e via andare, ma gli resta comunque il sospetto che si sia venduto l’anima al diavolo. Prima di cominciare ha fatto cenno alla security di levarsi dallo spazio tra noi e lui, ché voleva fare cose. E le ha fatte, Laura. Giuda porco se le ha fatte.
Chi come me era sotto il palco difficilmente riuscirà a dimenticare quello che ha visto. Si è gettato sul pubblico come se dovesse ingoiarlo intero, su un anemone di mare di braccia che lo sorreggevano incredule. È salito sulle spalle di alcuni, ad altri ha tenuto la mano. Ha dedicato canzoni a caso, democratico come una maledizione.
Mi sono persa dentro il fatto inspiegabile di lui che mi cantava a dieci centimetri dalla faccia. Stagger Lee, Deanna, Red right hand, From her to eternity. Era sconnesso e selvaggio, apocalittico e puro, e aveva una voce, una voce che davvero non mi spiego. In un’intervista tempo fa gli hanno chiesto come mai fosse cambiata. Ha risposto che quella nuova era la sua vera, che la vecchia gli costava più fatica. Beh, ecco qua. Bentornata la fatica.
Si è rimesso in caccia, Laura. È tornato nei suoi luoghi oscuri. Potrei sbagliarmi, ma credo che l’album nuovo parli di questo. Spingere via il cielo. Spingere via la tua donna, gli amici, i concerti da music hall, il cantautorato col culo comodo. Tornare su strade nere, antiche, terribili. Farsi male, che è sempre stato il suo modo. Non è un modo né giusto né sbagliato, ma è il suo, è sempre stato il suo, per lui funziona, non ha mai funzionato altro.
Ci ha salutato con Stagger Lee, ‘una canzone da fischiettare tornando a casa’. Dopo il concerto mi sono seduta fuori dai camerini. Piangevo come se mi avessero presa a pugni in pancia, ma pugni in pancia dati bene proprio. Ho abbracciato Conway, gli ho detto che è il mio Bad Seed preferito. Ho ignorato Warren Ellis, mi è sembrato giusto così. Nick Cave era seduto poco distante, si fumava una sigaretta. Il tour manager mi ha pregato di lasciarlo stare. Dubito che mi sarei avvicinata comunque.
Vallo a vedere a Milano, Laura.
Vai a vedere questa cazzo di apocalisse, e spera non si faccia troppo male nel frattempo.

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Leonard Cohen, 9 luglio 2013, Lucca Summer Festival

- 14 luglio 2013

cohen

ho visto due concerti nell’ultima settimana, opposti e complementari, di una bellezza inaudita. il primo è stato quello di leonard cohen, e questo è il mio racconto/recensione. a domani al più tardi per quello di nick cave (lo so, sono lentissima. so anche che ci sono in giro un sacco di foto migliori, ma quella gliel’ho fatta io, per cui ecco qua).

A vent’anni ero nota nel giro dei concerti milanesi come quella che arrivava ore prima – dalle due alle cinque, a seconda del grado di difficoltà – per riuscire a piazzarsi in prima fila sotto il palco. Trovandomi con del gran tempo da ammazzare mi capitava di fare due chiacchiere con chi c’era. E chi c’era – quando c’era – erano i membri dello staff. O la backstage crew. O, quando proprio ti andava di culo, uno o più musicisti arrivati in anticipo.
Quello che una groupie o aspirante tale impara in fretta, se motivata abbastanza, è che esistono dei varchi nascosti che ti portano dove vorresti andare. C’è come una specie di codice non scritto che fa sì che se ti comporti bene, non rompi le balle, sei carina con tutti e possibilmente carina in generale, alla fine ogni tanto qualcosa la spunti. Ti vengono fatti dei regali, tipo la scaletta autografata o il plettro del bassista. Ti si dice in segreto da che parte uscirà la band o in che locale andrà dopo. Nei casi più memorabili ti si porta nel backstage o sul tour bus, e lì puoi morire in pace, la tua missione è compiuta.
Quando invece hai un pass all areas, come me in questo caso, è tutto più semplice. La crew la conosci per forza, ci mangi anche insieme prima del concerto. E confermi quello che hai sempre pensato: è gente fantastica. Solida, caustica, divertente, 100% no bullshit. Non sempre usciresti a bere una birra con gli artisti che ami. Con la crew invece sì, sempre.
Uno alla volta arrivano anche i membri della band di Cohen. Batterista, chitarrista, tastierista. Lo chiedi, se ti sarà possibile incontrarlo; certo che lo chiedi. Ma non ci speri. A fiuto non sarà possibile. A signori settantanove anni Leonard Cohen ti dà di tutto meno che del compagnone avvicinabile. Mette soggezione, e questa è una cosa bellissima. In pochi incutono un timore reverenziale del genere. Ti vergogni anche solo a proporgli un’intervista, ti corregge il tiro mentale all’istante.
La sua band e il suo staff in compenso fanno bene all’anima. Amici, entusiasti, coordinati. Una vera squadra. Dietro il palco, in attesa del concerto, festeggiano il compleanno del tour manager. Ti unisci volentieri, ascolti le loro storie. Sono contentissimi di essere di nuovo in tour con Leonard Cohen, non succedeva dal 2008. Ogni volta è un piacere, dicono, e non stanno mentendo, si vede.
Frattanto sbirci il programma appeso fuori dalla zona catering. Il concerto inizia alle nove perché andrà avanti fino a mezzanotte, con una pausa di venti minuti per riprendere fiato. Pensi a certi pivellini ventenni che dopo un’ora scarsa di concerto sono già spompati. Lo zio Leonard no, lui è un uomo tutto d’un pezzo, o fa le cose come dio comanda o non le fa proprio. È anche un bel modo di metterla, come dio comanda, nel suo caso.
In teoria dovresti seguire il concerto dall’area stampa. Chiedi dove si trovi e ti viene risposto in fondo alla piazza. Okay, non ci siamo capiti, pensi. Entri con il pubblico pagante e occupi in corsa il primo posto disponibile. A concerto iniziato scivoli verso il palco. Ti siedi per terra all’altezza del suo microfono. Ooh, ecco, meglio.
Tendi a pensarlo di tutti gli artisti che ami, ma Leonard Cohen in particolare merita la visione da vicino. Non tanto perché è un bell’uomo – e lo è di sicuro, avercene. È che ogni suo gesto è stile. E siccome il suo stile è impeccabile e minimalista – un binomio ben raro, di questi tempi – non bisogna perdersene una virgola. Blocco di appunti, prego.
I completi che indossa, tanto per cominciare. Perfettamente tagliati, che lo ringiovaniscono. Il cappello, inarrivabile strumento romantico. I gesti, misurati e eleganti. La voce, sconcertante e profonda nella sua non età. L’impeccabile disposizione del suo ensemble. La bravura e la grazia delle tre artiste che lo accompagnano. Ogni dettaglio trasuda attenzione e cura; occhi e orecchie fanno le fusa, e si abbandonano con piacere.
La prima parte quasi ti trae in inganno. La sensazione è simile a quella del concerto dei Dead Can Dance di un mese prima: bellissimo, perfetto, voi là, io qua. Certo, Leonard Cohen si inginocchia mentre canta, ma per ora non basta: resti comunque un po’ in disparte. Sarà per il gelo degli stranieri che hai intorno, che giustamente ti guardano male perché stai seduta in terra quando loro hanno pagato per la loro sedietta in prima fila; sarà anche questa cosa di dover coprire l’evento via twitter, che siccome non sai farlo bene ti ruba più tempo di quanto vorresti.
Dopo la pausa però comincia la seconda parte del concerto. Leonard Cohen infila Suzanne, Chelsea N°2 e Sisters of mercy; Suzanne è enorme, su Chelsea N°2 cominci a pensare che è straordinario come quest’uomo riesca a parlarti di pompini e di dio come se fossero la stessa cosa, e subito dopo, su hai detto che di solito preferisci gli uomini belli/ma che per me farai un’eccezione, ridi di gusto come la metà del pubblico.
Poi succede una cosa che non ti aspetti. Cohen si leva il cappello, se lo appoggia sul cuore e lascia la scena a Sharon Robinson. E Sharon Robinson, insospettabile, stacca una Alexandra leaving che ti si accappona la pelle solo a pensarci. Cominci a piangere a dirotto, e pensi che di solito non ti piace quando sono altri a cantare le canzoni dei tuoi preferiti. Cohen invece è riuscito a fare in modo che l’artista che ha scelto ti emozionasse più di lui. Definisci anima grande.
Da lì a Hallelujah è un niente, e le lacrime continuano a scorrere. Fino al primo enchore, So long Marianne, la tua preferita. Scatti in piedi assieme a tutti gli altri, che certe cose o ti attacchi alla transenna o niente. E infatti vi ci aggrappate come naufraghi, a piangere, a ridere, a guardarvi in faccia, mentre vi piovono addosso First we take Manhattan, Famous blue raincoat e la sorpresa finale: I tried to leave you, assente nella scaletta romana altrimenti rispettata alla lettera.
Leonard Cohen scende quindi dal palco, con passo di danza à la Singing in the rain, e tu hai l’assoluta, totale certezza che non lo incontrerai. In compenso appena dietro al palco rivedi Phil, uno dei membri della crew che hai conosciuto prima, che ti dice che secondo lui finora è stato il concerto più bello, e che I tried to leave you era proprio un regalo per voi. E comprendi che lo zio Leonard fa magie da lontano, e che va benissimo così. Se è arrivata a capirlo la groupie che hai dentro, non può essere in nessun altro modo.

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della fiducia, o del perdono

- 23 giugno 2013

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mi si dice che tengo a mente tutto, che redigo verbali, che non perdono nulla. è anche vero, ma è solo la coda di un discordo più lungo. ho mio malgrado un’ottima memoria, potessi forse la cambierei, ma temo ci sia poco da recriminare. e poi ho delle regole di vita, che metto in discussione di continuo. però qualcuna, com’è come non è, la sfanga sempre. dai miei dintorni esigo correttezza, rispetto, sincerità per quanto possibile, e soprattutto la libertà di essere quello che sono nei limiti in cui non invado la libertà degli altri. ogni persona animale pulviscolo che entra nella mia vita viene accolta con la stessa equanime neutralità. da lì in poi sto a guardare, non so dirvi quante cartucce avete, so che se fate cazzate grosse sì, me le segno, vi invito caldamente a fare lo stesso. raggiunto il limite, su questo non c’è dubbio, c’è poco da fare. in casi estremi posso resettare il contatore, ma da lì in poi è facile che sia ancora più guardinga. non perché non possa o non voglia perdonare, ma perché per quel che mi riguarda il perdono è un atto di fede insensata. il punto non è credere che chi ti ha ferito non lo farà più. il punto è accettare che potrà rifarlo per sempre. non ci riesco, è un mio limite, lo ammetto con tranquillità. in compenso sono circondata da persone meravigliose, di cui mi fido e che si fidano di me. la gran parte del tempo è tutto il tesoro che sento di avere. il resto lo lascio volentieri agli altri.

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la mia nuova fatica letteraria (mi prendo per il culo da sola)

- 10 giugno 2013

milano roma

-domani esce il mio nuovo libro. non può saperlo nessuno, ma è un libro che viene da lontano. avevo in mente di scriverlo dal 2009, e inizialmente dovevo pubblicarlo con un’altra casa editrice. poi non se n’è fatto più niente, ma alla fine, siccome nella mia vita le cose tornano indietro come boomerang, adesso esce.

-se sia un bene o sia un male, che l’abbia scritto adesso e non allora, non so dirlo. l’avessi scritto allora, appena tornata da Roma, la carogna sarebbe stata più fresca. ma ormai sono passati quasi cinque anni, me ne frega molto meno. nel senso che sto benissimo, è tutto alle spalle, perché rimestare. c’è da dire se non altro che oggi sono più lucida, e ne so anche un po’ di più su Milano, per cui probabilmente è andata meglio così.

-il percorso è stato questo. quando sono arrivata a Roma l’amavo da morire, e odiavo Milano. poi una serie di accadimenti e situazioni mi hanno fatto cambiare idea. ho deciso di mettere giù nero su bianco le mie considerazioni per una forma come di correttezza. non so spiegarvelo meglio di così. veramente come scrivere una lettera all’ex fidanzata dicendole tutti i motivi per cui hai fatto una cazzata.

-i miei editor mi hanno giustamente fatto notare che il vero asse del libro non è tanto Roma-Milano quanto Italia-Europa. hanno ragione, Roma ha tutti i suoi mille meravigliosi pregi, ma io ho in testa Londra e Berlino. Milano non ci arriva ancora, che è il motivo per cui non ci troverete sperticati elogi, ma ci sta provando. già provarci per me è un merito. si prende la mia stellina dorata sulla lavagnetta.

-mi è stato detto di tutto: i romani ti uccideranno, perderai un mucchio di lettori, eccetera. mah, io sono ottimista, vi dirò. ci sono un sacco di scrittori le cui opinioni non sempre sottoscrivo, o che compro a libri alterni. questo non è chiaramente un libro per tutti, ma ho sentito comunque il bisogno di scriverlo. invito caldamente gli amici romani a non comprarlo: io, se uscisse ‘perché Roma è meglio di Milano’, sicuramente farei così. c’è ancora la libertà di opinione e di scelta, grazie al cielo. non sembra, ma insomma. c’è.

-detto ciò, qualche informazione spiccia:

1.costa 9.90 euro. ho insistito perché si stesse sotto i 10. stavolta mi hanno dato retta. urrà.
2.quella in copertina è la madonnina di banksy. non lo capisce nessuno. mia madre pensava addirittura fosse la statua della libertà. ma lì è un caso limite, mi rendo conto. ciao, mamma.
3.fa ridere. cioè, spero. insomma, non è un saggio pallosissimo di cifre e numeri. è una sorta di dizionario aneddotico. A come Abbella, D come i Dieci Minuti Romani, E come E Sti Cazzi, e via andare.
4.ci ho messo, come al solito, tutto l’amore e la cura possibile. sono anche parecchio soddisfatta del risultato, devo dire. tengo a ringraziare Alberto, Simona, i grafici mai conosciuti e tutti quelli che ci hanno lavorato insieme a me. grazie, ragazzi. è una banalità, ma non ce l’avrei fatta senza di voi.
5.la prima presentazione è in Feltrinelli di corso Buenos Aires il 18 di giugno alle 18.30. è una bellissima giornata di sole secondo meteo.it, per cui niente scuse. a seguire, tipo verso le 21.30/22.00, ci spostiamo al Torchietto Bistrò, via Ascanio Sforza 47, Naviglio Pavese. i miei relatori saranno: per quella in Feltrinelli il mio eterno portafortuna Paolo Madeddu e una new entry di lustro, Pierfrancesco Maran, nostro e mio assessore; per quella al Torchietto Bistrò l’enorme Andrea Carlo Cappi e forse – il forse è sempre d’obbligo fino a mezz’ora prima, dio lo benedica – Andrea G. Pinketts. ci sarà da ridere, ragazzi.

-un grazie enorme, in chiusura, a tutti voi che ancora mi seguite. grazie di aspettarmi ogni volta, e addirittura poi comprare i miei libri. a me, che neanche mi sognavo mai di scrivere per mestiere, sembra sempre un po’ un miracolo. spero vi piaccia anche questo. vi voglio bene, quel bene universale lì da abbraccio collettivo. grazie, grazie ancora.

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I am mine

- 14 maggio 2013

dunque, io ci ho pensato, e alla fine credo di averlo capito cos’è che mi rende così felice negli ultimi tempi, nonostante il conto in banca ai minimi termini e l’agonia di questa pioggia che sembra non finire mai (ma ehi, quanto te li godi i giorni di sole quando arrivano?). è il fatto di essere di nuovo – finalmente – libera. con la mia nanocasa piena di luce e di aria, il mio vagare per mille locali diversi (non potrei più vivere senza un lavoro che si può fare da ovunque), le persone splendide che sfiorano la mia vita ogni giorno e gli amici che amo da morire, che quando li vedi è come avere in bocca delle cose buonissime, e poi sentirle in pancia, e stare bene. mi ricorda la sensazione della prima volta a new york, che avevo ventiquattro anni, ero da sola e giravo, giravo, e in ogni posto dove andavo succedevano cose, tutte legate da un filo che se volevate potevate pure chiamarlo destino, ma non era così, la cima non era da una parte sola, ve lo giocavate, tu e la vita, dove andare dopo. e insomma parlando di filo, è evidente che l’ho perso. ah no ecco cosa stavo dicendo, la cosa che ho capito, il motivo per cui sono così felice in questi giorni. è che non mi costringo a fare niente che non voglio fare. non c’è nessuno che mi condizioni o decida per me cos’è giusto, nessuno a cui dia il potere di mettermi addosso anche solo un’ombra di ricatto morale. tutto fluisce libero e senza compromessi, e dipende solo e soltanto da me. il mio stomaco, la mia pelle, ogni parte di me ringrazia. ogni tanto penso che dall’esterno forse do l’idea di una persona sola. in realtà non sono quasi mai sola, ma quando lo sono state pur certi che mi diverto un sacco. è il mio stato naturale, la condizione che più mi assomiglia. spero di poter vivere così il più a lungo possibile.

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aspettando il sole

- 6 maggio 2013

SilverLiningCloud_PhotoCreditAsShown

so che non sembra, a milano se non altro, ma il lungo inverno è finalmente quasi finito. ne stanno finendo tanti, di inverni, o così si spera che sia. diversi mesi fa uno di questi inverni mi ha ispirato il micro racconto qui sotto. ve lo posto oggi che piove, così, quasi per scaramanzia.

Di nuovo le sette. Non dormi mai prima delle sette, prima di così tante parole buttate fuori come un vomito strano, che ti marcisce dentro da così tanto tempo. Cerco di farmele entrare in pancia, a me non possono far male, nel mio corpo perdono il veleno e diventano innocue, e so che ti serve, so che ti servo anche a questo.
L’ultima sigaretta è sempre la tua scusa migliore, ma non puoi rimandare in eterno il momento di chiudere gli occhi. Allora cedi e ti sdrai, e ricomincia ogni cosa. Digrigni i denti, respiri male. Ti implodono i buchi neri nel petto, e non hai modo di metterti in salvo.
Stamattina ti è uscito un grido di bocca e hai buttato via il lenzuolo. Eri nudo, faceva freddo, ma non lo sentivi. Non sembri sentire mai niente, il tuo corpo ha a malapena un odore, non hai mai fame, non hai fame di niente che possa nutrirti.
Ti ho rimesso il lenzuolo addosso e mi sono attaccata alla tua schiena. Non hai bisogno di quel calore, ne ho più bisogno io, ma a contatto con la mia pelle il tuo respiro ridiventa normale, i denti ti si fermano in bocca, e a un certo punto cominci a dormire, come forse dormivi prima che ti succedesse ogni cosa.
Credo sia per questo che dormi qui.
Ti serviva una casa di cui fidarti, che non ti impazzisse sotto le mani.
L’hai scelta bene.
Dormirò anch’io, dopo che te ne sarai andato.

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breve dialogo poetico tra me e uno o più degli uomini che ho amato

- 27 aprile 2013

bluesky 190

‘ma io non ho ambizione’, disse lei.
‘questa è buona. questa è proprio una cazzata grande come il mondo. tutti vogliono essere qualcuno. non conosco nessuno che non ci si faccia sopra almeno tre rasponi al giorno’.
‘ma questo non è quello che sono io. questo è quello che sei tu. tu quando guardi una cosa grande che ha fatto qualcun altro ti ci senti addosso la sfida. ti rimbomba dentro al cervello che tu sapresti farla più grande, o meglio. io quando guardo una cosa grande che ha fatto qualcun altro mi viene da piangere. non sono mai così felice come quando leggo qualcuno di così più bravo di me che ho l’assoluta certezza che mai, con nessun esercizio, riuscirei a arrivare a tanto. e sai perché la cosa mi riempie di gioia? perché un mondo in cui il limite della grandezza fosse il mio limite sarebbe a tutti gli effetti un mondo insopportabile ai miei occhi. io, quando guardo la luna, voglio che stia al suo posto. non penso mai che potrei fare una luna più bella. non voglio nemmeno nessuna fottuta scaletta’.
‘ma allora scusa, perché ti innamori di gente come me?’
‘immagino perché in un luogo al di là di tutto il mio buonsenso coltivo la segreta e malsana speranza che un giorno uno di voi mi faccia piangere’.
‘o che ti faccia una luna più bella’.
‘lascia in pace la mia cazzo di luna’.

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brucia ancora, che prima o poi ritornerò

- 20 aprile 2013

ran away

e così, tra il lusco e il brusco, anche quest’anno s’è fatto il venti di aprile. è qualche giorno che dormo tutta impallottolata senza neanche tirar giù il divano letto, tanto sono alta un metro e una banana, chi se ne frega. (non è vero, mi escono tutte le gambe appena mi giro, ma se una nella vita ha preso una posizione poi deve difenderla, specie quando è stupida e commoventemente attaccabile – ciao, jon snow.)

dormo già con la finestra aperta, che è una cosa che facevo anche d’inverno quando stavo dai miei e c’era il riscaldamento centralizzato. e leggo un sacco, prima di andare a dormire e appena sveglia. nel senso che mi alzo, vado in bagno, metto su il caffè, riprendo in mano il libro nel punto dove l’ho lasciato la sera prima e vado avanti a leggere intanto che bevo il caffè. alè, siamo tornati negli anni novanta.

(non frega niente a nessuno, ma qui si sostiene ancora l’opportunità di un omino del caffè. le sue mansioni sarebbero in pratica metter su la caffettiera appena vado in bagno, zuccherarmelo giusto, quando esco passarmi la tazza e intanto metter su la seconda caffettiera. ciao, omino del caffè. se esisti da qualche parte sappi che ti sto cercando. ti darei in cambio tanto amore, e anche vitto e alloggio se non rompi i coglioni. ti visualizzo piccolino, puoi dormire in fondo al letto se vuoi, lo apro solo per te.)

altri aggiornamenti imperdibili. so che sembra che stia di più davanti a internet, ma in realtà non me ne frega quasi niente. ho smesso di fare tutta una serie di cose, tra cui scovolare nelle idiozie che scrivono su facebook i maschietti che mi interessano. sto fuori, chiamo gli amici, ho persino parzialmente riordinato la mia stanza in casa dei miei – laddove ancora si aggirano, impuniti, alcuni scatoloni del trasloco romano (non mi avrete! non mi avrete!).

ho un libro in uscita il ventotto di maggio. sì, mi rendo conto che lo annuncio con l’incontenibile entusiasmo con cui a tavola direi stasera insalata di pollo. non perché non sia un libro fico, eh, ci ho messo un sacco a scriverlo e sono molto soddisfatta del risultato. ma io resto una che nella vita voleva vivere, non scrivere. quando ho finito un libro è sempre un po’ come l’ultimo giorno di scuola. la vita comincia allora, non prima.

però a voi piacerà.
non a tutti, ma a molti piacerà.
altri invece lo odieranno.
sarà un libro un po’ controverso.

(vi abbiamo presentato: 101 modi per far salire l’hype senza ammorbare la gente)

sono certa, invece, che sarete più interessati alle mie risoluzioni per l’estate. (scherzo! sono al cento per cento sicura di no. però ho più voglia di parlarvi di quello che di altro, e allora ecco.)

-voglio leggere tantissimo. voglio andarmi a scovare i bei fumetti e romanzi di ogni epoca che ancora non ho letto e mangiarmeli tutti. passarci i pomeriggi interi, proprio, che tanto quest’estate si preannuncia piovosetta. iiin-puut (bambolina a chi coglie la citazione).

-a parte i suddetti pomeriggi piovosetti (queste rime, queste rime così fresche e inaspettate) voglio stare quasi sempre fuori. camminare, scoprire, incontrare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. the whole shebang, come direbbe grant lee buffalo (questa viene with the song attached, che era anche un pezzo fichissimo).

-voglio viaggiare. disperatamente, voglio viaggiare. non ho alcun interesse a farlo a livello deluxe, ryanair va benissimo, i divani degli amici intorno al mondo (amici!) vanno benissimo, se qualcuno vuole anche scambiar casa per qualche giorno (amici!) va benissimo anche quello. è un mondo grande di cui ho visto troppo poco. basta fare la muffa. l’ho già detto che voglio viaggiare? voglio viaggiare.

-voglio (e devo) riorganizzarmi i lavori. cioè farne come al solito tre o quattro: uno per soldi (vieni, o datore di lavoro che mi offrirai una possibilità semidanarosa, sarai accolto con tutti i cotillon del caso), gli altri a scalare: uno che paghi ma con qualche compromesso, uno che quasi non paghi ma che mi diverto a fare, e uno a gratis ma che mi esalta proprio. dubito che quello a gratis sarà un lavoro, tra l’altro. il che ci porta dritto all’ultimo punto:

-voglio scrivere. ma sono stufa di farlo per mestiere. voglio ricominciare a scrivere per me. come sto facendo stamattina, che infatti mi sto divertendo un sacco. se se ne cava fuori una pubblicazione bene, altrimenti ve lo butto qua sul blog e lo leggete a gratis. 

(qualcuno potvebbe obiettave che sono una gvan testa di cocomevo. che la vita mi ha messo di fronte un’occasione unica – scrivere! pubblicata! – e io manco la sfrutto. e cazzo, gente mia, pazienza. ogni volta che vendo una cosa che ho scritto non riesco a togliermi di dosso una sensazione come di bordello d’alto bordo, io che facevo l’amore sui tetti scartavetrandomi le ginocchia sulle tegole. lasciatemi far la matta per un po’. lasciatemi essere me, selvatica, libera. poi quando torno magari se ne riparla, eh. ma intanto lasciatemelo fare.)

ecco, c’est tout, direi. anzi, no, forse c’è ancora spazio per un

-ps. noterete che nelle risoluzioni di cui sopra non si parla d’amore. eh bien, è voluto. se mi viene mi viene e sarà meraviglioso, altrimenti chi se ne frega e sarò felice lo stesso. ma basta parlarne, ve ne prego. se volete amare, fatelo. se volete vivere alla grande, fatelo. ve lo giura una poveraccia, non vi servono tanti soldi. dovete solo decidere quello che volete, e avanti tutta in quella direzione. a parte voi stessi non c’è niente che vi trattenga. ricordate solo l’aurea regola della fiction: show, don’t tell. altrimenti non vi crede più nessuno. bòn, mi sa che è davvero tutto, adesso.

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come un gattino sull’albero

- 28 marzo 2013

fireman-w-kitty

in pratica verso le sei usciamo di casa, io e il mio partner in crime. lui sta tornando a casa sua, che è a un’ora di treno da milano, che non sta neanche in lombardia, tanto per intenderci. tornerà sabato, separarsi è una pena così dolce eccetera eccetera. io butto i vuoti, lui chiude la porta con le sue chiavi. ci salutiamo in metropolitana, io mi metto in un locale a scrivere.

verso le otto mi sorge un dubbio. lo trasformo in certezza frugandomi in borsa. okay, ho lasciato le chiavi su in casa. chiamo il partner in crime di cui sopra. si dichiara disposto a tornare e ripartire in serata. mi pare un’ingiustizia di proporzioni inumane. mi scervello a pensare a qualcos’altro.

poi faccio due più due. sto al primo piano. la finestra è aperta. ci arriverò mica con una scala? esco dal locale e mi dirigo baldanzosa verso il farmacista sotto casa. gli spiego la situazione e gli chiedo se ha una scala lunga abbastanza. tira fuori la sua scala. non è lunga abbastanza. mi suggerisce di provare a chiedere in giro se qualcuno ha una scala lunga abbastanza, e soprattutto di fargli un fischio se alla fine ci salgo e scavalco (sono in minigonna).

vado dal libraccio. annuncio: mi sono chiusa fuori. mi prestate una scala? mi mettono a disposizione un commesso tutto per me. facciamo due prove, una con la scala della varia, l’altra con quella della scolastica. nessuna delle due è lunga abbastanza. di ritorno il commesso mi propone, potrei chiamare un mio amico scassinatore. oppure potremmo chiedere in chiesa, le scale quelle per andar su alle campane (file under: le idee geniali che ti vengono nel momento del bisogno).

torno dentro al libraccio, indecisa tra il sacro e il profano. un altro commesso ha una terza idea. e se chiamassi i pompieri? ma perché no, penso io. mi cerchi il numero?

[nota di colore. ogni persona a cui ho raccontato questa storia aveva una sua idea di quel che sarebbe successo se avessi chiamato i pompieri. in cima alla top ten:

-ma poi ti scassinano casa
-ma poi devi fare la denuncia
-ma poi ti tocca pagare la multa]

sprezzante di questi signori pericoli, ho chiamato i pompieri.

-vigili del fuoco buonasera.
-salve. mi sono chiusa fuori, abito al primo piano e ho la finestra aperta. mi date una mano?
-un momento prego.

cornetta coperta. brusio dall’altra parte. c’è una che si è chiusa fuori. dove?, risponde qualcuno.

-dove?
-sui navigli.

cornetta di nuovo coperta. stanno evidentemente decidendo se ne valgo la pena. poi qualcuno pensa ai suoi colleghi americani, che non fanno altro che salvar gattini tutto il giorno, e si vede che gli faccio tenerezza.

-va bene, arriviamo.
-quando?
-tra poco, stia là davanti.

sto là davanti. incontro anche un mio amico che per non perdersela decide di star là davanti anche lui. dopo un dieci minuti arrivano con il camioncino rosso, in otto.

-salve. è lei che si è chiusa fuori?
-sì.
-ha un documento che provi che abita qui?
-no.
-come no?
-eh, no. è di sopra in casa.
-testimonio io!, dice il mio amico, volenteroso.
-non basta, risponde il vigile, sdegnosetto.
-chiedete al farmacista, dico io, tagliando la testa al toro.

entriamo dal farmacista.

-conosce questa signorina?
-no.
ah!, il mio farmacista, che sagomaccia.
-ma sì, ma sì. fate andar su lei, mi raccomando.

non fanno andar su me, purtroppo o per fortuna. va su il pompiere scassinatore, invece, che trova le chiavi e ce le tira dal balcone. io e il mio amico ci abbracciamo. con un altro pompiere entriamo trionfanti dal portone. intanto che lascio i miei dati chiacchieriamo.

-ma quindi lei sta qui da sola?
-eh.
-e cosa fa nella vita?
-scrivo libri.
-e come ha fatto a chiudersi fuori?
-perché il mio ragazzo ha chiuso con le sue chiavi.
-ma vivete qui insieme?
-ma le pare?
-scusi, sa, tutte queste domande. è che non ha idea di quanta gente si intrufoli in case altrui. ex mogli, fidanzate, suocere..
-tutte donne?
-quasi. come mai la finestra era aperta?
-perché il mio ragazzo fuma.
-qui dentro? ma è troppo piccolo! lo faccia fumare fuori.

alla fine torniamo giù, tra il mezzo naviglio di umarell che si è fermato a guardare.
abbraccio i pompieri uno per uno, ringrazio, mi fermo a aspettarli sul ponte.
quando passano gli faccio ciao ciao con la manina.
ricambiano.
non ho ancora smesso di ridere.

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