Vieniminelcuore

tutto quello che hai sempre voluto sapere sull'Autrice del libro e non hai mai trovato altrove perché a nessuno è mai fregato di pubblicarlo

I am mine

- 14 maggio 2013

dunque, io ci ho pensato, e alla fine credo di averlo capito cos’è che mi rende così felice negli ultimi tempi, nonostante il conto in banca ai minimi termini e l’agonia di questa pioggia che sembra non finire mai (ma ehi, quanto te li godi i giorni di sole quando arrivano?). è il fatto di essere di nuovo – finalmente – libera. con la mia nanocasa piena di luce e di aria, il mio vagare per mille locali diversi (non potrei più vivere senza un lavoro che si può fare da ovunque), le persone splendide che sfiorano la mia vita ogni giorno e gli amici che amo da morire, che quando li vedi è come avere in bocca delle cose buonissime, e poi sentirle in pancia, e stare bene. mi ricorda la sensazione della prima volta a new york, che avevo ventiquattro anni, ero da sola e giravo, giravo, e in ogni posto dove andavo succedevano cose, tutte legate da un filo che se volevate potevate pure chiamarlo destino, ma non era così, la cima non era da una parte sola, ve lo giocavate, tu e la vita, dove andare dopo. e insomma parlando di filo, è evidente che l’ho perso. ah no ecco cosa stavo dicendo, la cosa che ho capito, il motivo per cui sono così felice in questi giorni. è che non mi costringo a fare niente che non voglio fare. non c’è nessuno che mi condizioni o decida per me cos’è giusto, nessuno a cui dia il potere di mettermi addosso anche solo un’ombra di ricatto morale. tutto fluisce libero e senza compromessi, e dipende solo e soltanto da me. il mio stomaco, la mia pelle, ogni parte di me ringrazia. ogni tanto penso che dall’esterno forse do l’idea di una persona sola. in realtà non sono quasi mai sola, ma quando lo sono state pur certi che mi diverto un sacco. è il mio stato naturale, la condizione che più mi assomiglia. spero di poter vivere così il più a lungo possibile.

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aspettando il sole

- 6 maggio 2013

SilverLiningCloud_PhotoCreditAsShown

so che non sembra, a milano se non altro, ma il lungo inverno è finalmente quasi finito. ne stanno finendo tanti, di inverni, o così si spera che sia. diversi mesi fa uno di questi inverni mi ha ispirato il micro racconto qui sotto. ve lo posto oggi che piove, così, quasi per scaramanzia.

Di nuovo le sette. Non dormi mai prima delle sette, prima di così tante parole buttate fuori come un vomito strano, che ti marcisce dentro da così tanto tempo. Cerco di farmele entrare in pancia, a me non possono far male, nel mio corpo perdono il veleno e diventano innocue, e so che ti serve, so che ti servo anche a questo.
L’ultima sigaretta è sempre la tua scusa migliore, ma non puoi rimandare in eterno il momento di chiudere gli occhi. Allora cedi e ti sdrai, e ricomincia ogni cosa. Digrigni i denti, respiri male. Ti implodono i buchi neri nel petto, e non hai modo di metterti in salvo.
Stamattina ti è uscito un grido di bocca e hai buttato via il lenzuolo. Eri nudo, faceva freddo, ma non lo sentivi. Non sembri sentire mai niente, il tuo corpo ha a malapena un odore, non hai mai fame, non hai fame di niente che possa nutrirti.
Ti ho rimesso il lenzuolo addosso e mi sono attaccata alla tua schiena. Non hai bisogno di quel calore, ne ho più bisogno io, ma a contatto con la mia pelle il tuo respiro ridiventa normale, i denti ti si fermano in bocca, e a un certo punto cominci a dormire, come forse dormivi prima che ti succedesse ogni cosa.
Credo sia per questo che dormi qui.
Ti serviva una casa di cui fidarti, che non ti impazzisse sotto le mani.
L’hai scelta bene.
Dormirò anch’io, dopo che te ne sarai andato.

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breve dialogo poetico tra me e uno o più degli uomini che ho amato

- 27 aprile 2013

bluesky 190

‘ma io non ho ambizione’, disse lei.
‘questa è buona. questa è proprio una cazzata grande come il mondo. tutti vogliono essere qualcuno. non conosco nessuno che non ci si faccia sopra almeno tre rasponi al giorno’.
‘ma questo non è quello che sono io. questo è quello che sei tu. tu quando guardi una cosa grande che ha fatto qualcun altro ti ci senti addosso la sfida. ti rimbomba dentro al cervello che tu sapresti farla più grande, o meglio. io quando guardo una cosa grande che ha fatto qualcun altro mi viene da piangere. non sono mai così felice come quando leggo qualcuno di così più bravo di me che ho l’assoluta certezza che mai, con nessun esercizio, riuscirei a arrivare a tanto. e sai perché la cosa mi riempie di gioia? perché un mondo in cui il limite della grandezza fosse il mio limite sarebbe a tutti gli effetti un mondo insopportabile ai miei occhi. io, quando guardo la luna, voglio che stia al suo posto. non penso mai che potrei fare una luna più bella. non voglio nemmeno nessuna fottuta scaletta’.
‘ma allora scusa, perché ti innamori di gente come me?’
‘immagino perché in un luogo al di là di tutto il mio buonsenso coltivo la segreta e malsana speranza che un giorno uno di voi mi faccia piangere’.
‘o che ti faccia una luna più bella’.
‘lascia in pace la mia cazzo di luna’.

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brucia ancora, che prima o poi ritornerò

- 20 aprile 2013

ran away

e così, tra il lusco e il brusco, anche quest’anno s’è fatto il venti di aprile. è qualche giorno che dormo tutta impallottolata senza neanche tirar giù il divano letto, tanto sono alta un metro e una banana, chi se ne frega. (non è vero, mi escono tutte le gambe appena mi giro, ma se una nella vita ha preso una posizione poi deve difenderla, specie quando è stupida e commoventemente attaccabile – ciao, jon snow.)

dormo già con la finestra aperta, che è una cosa che facevo anche d’inverno quando stavo dai miei e c’era il riscaldamento centralizzato. e leggo un sacco, prima di andare a dormire e appena sveglia. nel senso che mi alzo, vado in bagno, metto su il caffè, riprendo in mano il libro nel punto dove l’ho lasciato la sera prima e vado avanti a leggere intanto che bevo il caffè. alè, siamo tornati negli anni novanta.

(non frega niente a nessuno, ma qui si sostiene ancora l’opportunità di un omino del caffè. le sue mansioni sarebbero in pratica metter su la caffettiera appena vado in bagno, zuccherarmelo giusto, quando esco passarmi la tazza e intanto metter su la seconda caffettiera. ciao, omino del caffè. se esisti da qualche parte sappi che ti sto cercando. ti darei in cambio tanto amore, e anche vitto e alloggio se non rompi i coglioni. ti visualizzo piccolino, puoi dormire in fondo al letto se vuoi, lo apro solo per te.)

altri aggiornamenti imperdibili. so che sembra che stia di più davanti a internet, ma in realtà non me ne frega quasi niente. ho smesso di fare tutta una serie di cose, tra cui scovolare nelle idiozie che scrivono su facebook i maschietti che mi interessano. sto fuori, chiamo gli amici, ho persino parzialmente riordinato la mia stanza in casa dei miei – laddove ancora si aggirano, impuniti, alcuni scatoloni del trasloco romano (non mi avrete! non mi avrete!).

ho un libro in uscita il ventotto di maggio. sì, mi rendo conto che lo annuncio con l’incontenibile entusiasmo con cui a tavola direi stasera insalata di pollo. non perché non sia un libro fico, eh, ci ho messo un sacco a scriverlo e sono molto soddisfatta del risultato. ma io resto una che nella vita voleva vivere, non scrivere. quando ho finito un libro è sempre un po’ come l’ultimo giorno di scuola. la vita comincia allora, non prima.

però a voi piacerà.
non a tutti, ma a molti piacerà.
altri invece lo odieranno.
sarà un libro un po’ controverso.

(vi abbiamo presentato: 101 modi per far salire l’hype senza ammorbare la gente)

sono certa, invece, che sarete più interessati alle mie risoluzioni per l’estate. (scherzo! sono al cento per cento sicura di no. però ho più voglia di parlarvi di quello che di altro, e allora ecco.)

-voglio leggere tantissimo. voglio andarmi a scovare i bei fumetti e romanzi di ogni epoca che ancora non ho letto e mangiarmeli tutti. passarci i pomeriggi interi, proprio, che tanto quest’estate si preannuncia piovosetta. iiin-puut (bambolina a chi coglie la citazione).

-a parte i suddetti pomeriggi piovosetti (queste rime, queste rime così fresche e inaspettate) voglio stare quasi sempre fuori. camminare, scoprire, incontrare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. the whole shebang, come direbbe grant lee buffalo (questa viene with the song attached, che era anche un pezzo fichissimo).

-voglio viaggiare. disperatamente, voglio viaggiare. non ho alcun interesse a farlo a livello deluxe, ryanair va benissimo, i divani degli amici intorno al mondo (amici!) vanno benissimo, se qualcuno vuole anche scambiar casa per qualche giorno (amici!) va benissimo anche quello. è un mondo grande di cui ho visto troppo poco. basta fare la muffa. l’ho già detto che voglio viaggiare? voglio viaggiare.

-voglio (e devo) riorganizzarmi i lavori. cioè farne come al solito tre o quattro: uno per soldi (vieni, o datore di lavoro che mi offrirai una possibilità semidanarosa, sarai accolto con tutti i cotillon del caso), gli altri a scalare: uno che paghi ma con qualche compromesso, uno che quasi non paghi ma che mi diverto a fare, e uno a gratis ma che mi esalta proprio. dubito che quello a gratis sarà un lavoro, tra l’altro. il che ci porta dritto all’ultimo punto:

-voglio scrivere. ma sono stufa di farlo per mestiere. voglio ricominciare a scrivere per me. come sto facendo stamattina, che infatti mi sto divertendo un sacco. se se ne cava fuori una pubblicazione bene, altrimenti ve lo butto qua sul blog e lo leggete a gratis. 

(qualcuno potvebbe obiettave che sono una gvan testa di cocomevo. che la vita mi ha messo di fronte un’occasione unica – scrivere! pubblicata! – e io manco la sfrutto. e cazzo, gente mia, pazienza. ogni volta che vendo una cosa che ho scritto non riesco a togliermi di dosso una sensazione come di bordello d’alto bordo, io che facevo l’amore sui tetti scartavetrandomi le ginocchia sulle tegole. lasciatemi far la matta per un po’. lasciatemi essere me, selvatica, libera. poi quando torno magari se ne riparla, eh. ma intanto lasciatemelo fare.)

ecco, c’est tout, direi. anzi, no, forse c’è ancora spazio per un

-ps. noterete che nelle risoluzioni di cui sopra non si parla d’amore. eh bien, è voluto. se mi viene mi viene e sarà meraviglioso, altrimenti chi se ne frega e sarò felice lo stesso. ma basta parlarne, ve ne prego. se volete amare, fatelo. se volete vivere alla grande, fatelo. ve lo giura una poveraccia, non vi servono tanti soldi. dovete solo decidere quello che volete, e avanti tutta in quella direzione. a parte voi stessi non c’è niente che vi trattenga. ricordate solo l’aurea regola della fiction: show, don’t tell. altrimenti non vi crede più nessuno. bòn, mi sa che è davvero tutto, adesso.

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come un gattino sull’albero

- 28 marzo 2013

fireman-w-kitty

in pratica verso le sei usciamo di casa, io e il mio partner in crime. lui sta tornando a casa sua, che è a un’ora di treno da milano, che non sta neanche in lombardia, tanto per intenderci. tornerà sabato, separarsi è una pena così dolce eccetera eccetera. io butto i vuoti, lui chiude la porta con le sue chiavi. ci salutiamo in metropolitana, io mi metto in un locale a scrivere.

verso le otto mi sorge un dubbio. lo trasformo in certezza frugandomi in borsa. okay, ho lasciato le chiavi su in casa. chiamo il partner in crime di cui sopra. si dichiara disposto a tornare e ripartire in serata. mi pare un’ingiustizia di proporzioni inumane. mi scervello a pensare a qualcos’altro.

poi faccio due più due. sto al primo piano. la finestra è aperta. ci arriverò mica con una scala? esco dal locale e mi dirigo baldanzosa verso il farmacista sotto casa. gli spiego la situazione e gli chiedo se ha una scala lunga abbastanza. tira fuori la sua scala. non è lunga abbastanza. mi suggerisce di provare a chiedere in giro se qualcuno ha una scala lunga abbastanza, e soprattutto di fargli un fischio se alla fine ci salgo e scavalco (sono in minigonna).

vado dal libraccio. annuncio: mi sono chiusa fuori. mi prestate una scala? mi mettono a disposizione un commesso tutto per me. facciamo due prove, una con la scala della varia, l’altra con quella della scolastica. nessuna delle due è lunga abbastanza. di ritorno il commesso mi propone, potrei chiamare un mio amico scassinatore. oppure potremmo chiedere in chiesa, le scale quelle per andar su alle campane (file under: le idee geniali che ti vengono nel momento del bisogno).

torno dentro al libraccio, indecisa tra il sacro e il profano. un altro commesso ha una terza idea. e se chiamassi i pompieri? ma perché no, penso io. mi cerchi il numero?

[nota di colore. ogni persona a cui ho raccontato questa storia aveva una sua idea di quel che sarebbe successo se avessi chiamato i pompieri. in cima alla top ten:

-ma poi ti scassinano casa
-ma poi devi fare la denuncia
-ma poi ti tocca pagare la multa]

sprezzante di questi signori pericoli, ho chiamato i pompieri.

-vigili del fuoco buonasera.
-salve. mi sono chiusa fuori, abito al primo piano e ho la finestra aperta. mi date una mano?
-un momento prego.

cornetta coperta. brusio dall’altra parte. c’è una che si è chiusa fuori. dove?, risponde qualcuno.

-dove?
-sui navigli.

cornetta di nuovo coperta. stanno evidentemente decidendo se ne valgo la pena. poi qualcuno pensa ai suoi colleghi americani, che non fanno altro che salvar gattini tutto il giorno, e si vede che gli faccio tenerezza.

-va bene, arriviamo.
-quando?
-tra poco, stia là davanti.

sto là davanti. incontro anche un mio amico che per non perdersela decide di star là davanti anche lui. dopo un dieci minuti arrivano con il camioncino rosso, in otto.

-salve. è lei che si è chiusa fuori?
-sì.
-ha un documento che provi che abita qui?
-no.
-come no?
-eh, no. è di sopra in casa.
-testimonio io!, dice il mio amico, volenteroso.
-non basta, risponde il vigile, sdegnosetto.
-chiedete al farmacista, dico io, tagliando la testa al toro.

entriamo dal farmacista.

-conosce questa signorina?
-no.
ah!, il mio farmacista, che sagomaccia.
-ma sì, ma sì. fate andar su lei, mi raccomando.

non fanno andar su me, purtroppo o per fortuna. va su il pompiere scassinatore, invece, che trova le chiavi e ce le tira dal balcone. io e il mio amico ci abbracciamo. con un altro pompiere entriamo trionfanti dal portone. intanto che lascio i miei dati chiacchieriamo.

-ma quindi lei sta qui da sola?
-eh.
-e cosa fa nella vita?
-scrivo libri.
-e come ha fatto a chiudersi fuori?
-perché il mio ragazzo ha chiuso con le sue chiavi.
-ma vivete qui insieme?
-ma le pare?
-scusi, sa, tutte queste domande. è che non ha idea di quanta gente si intrufoli in case altrui. ex mogli, fidanzate, suocere..
-tutte donne?
-quasi. come mai la finestra era aperta?
-perché il mio ragazzo fuma.
-qui dentro? ma è troppo piccolo! lo faccia fumare fuori.

alla fine torniamo giù, tra il mezzo naviglio di umarell che si è fermato a guardare.
abbraccio i pompieri uno per uno, ringrazio, mi fermo a aspettarli sul ponte.
quando passano gli faccio ciao ciao con la manina.
ricambiano.
non ho ancora smesso di ridere.

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at any street corner the feeling of absurdity can strike any man in the face

- 13 dicembre 2012

-dieci anni fa ho visto un ragazzo sul palco di un teatro. era molto bello. era anche nudo, tra l’altro, che non guasta mai. ma ero fidanzata. era fidanzato anche lui. e cazzo, pazienza. certe volte va così.
-sono andata a vederlo in altri spettacoli. volevo fargli un regalo, e ho pensato: gli faccio un cd. come copertina ho preso la foto di un cantante che gli assomigliava. l’ho modificata con paint. gli ho messo delle stelle dentro agli occhi. non è finita, eh, diventa ancora più imbarazzante.
- il titolo. ci ho pensato su bene. ho deciso per Stardust. mi vengono i brividi solo a pensarci.
-qualcuno di voi starà forse sperando che non gliel’abbia dato, almeno. gliel’ho dato, invece. mi ha ringraziata con un sorriso tra l’intenerito e l’imbarazzato. più imbarazzato che intenerito, temo. mai più, mi son detta. mai più.
-dieci anni dopo, non imparo mai, sono andata a ripescarlo su facebook. una notte abbiamo commentato un video su river phoenix. è saltato fuori salinger, poi novemila altre cose. vedi, ho pensato, saremmo andati pure d’accordo. ma guarda che stronza, la vita, ho pensato.
-sotto tutto lui ha scritto una cosa. ti ricordi quel cd che mi avevi fatto? coltivavo la segreta speranza che se ne fosse disfatto la sera stessa. ho risposto di sì rimbalzando più volte la testa contro il muro.
-è stata forse l’unica cosa che mi sono portato dietro attraverso tutti i traslochi. c’era dentro una canzone che mi piaceva tanto. sai quale? uh, no. quale?
-questa:

-era la canzone, lo giuro, più scema di tutto il cd. l’ultima, mi pare, messa lì solo perché avanzava spazio. ho il preciso ricordo di essermene pentita istantaneamente.
-dieci anni dopo, intanto che scrivo questo pezzo, lui è qua con me. immagino di doverlo a quella cretina della me stessa ventiquattrenne, a river phoenix, a salinger, a britney spears, ai travis e a mark zuckerberg. grazie, ragazzi. non ce l’avrei fatta senza di voi.
-comunque la vita è strana forte.
-fate cose imbarazzanti, gente.

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nothing wrong when a song ends in a minor key

- 28 novembre 2012

ieri sul treno di ritorno da roma pensavo che si fa tanto parlare delle storie finite male e invece di quelle finite bene niente, neanche una parola, e allora volevo prendermi uno spazietto per celebrare un attimo la mia, che invece è finita proprio bene. con diego ci siamo lasciati a luglio dopo più di due anni che stavamo insieme, non ricordo il giorno esatto, so solo che a un certo punto io gli ho detto “diego, sai che c’è, secondo me stiamo molto bene insieme, ma non ci amiamo” e lui mi ha risposto “anche secondo me, ma ci andiamo lo stesso a dublino?”. che il viaggio a dublino, capite, era programmato da mesi. così siamo andati a dublino, e abbiamo continuato a vederci e a sentirci, e una volta preso atto di quell’assioma così cristallino, e cioè: stiamo molto bene insieme, ma non ci amiamo, non abbiamo fatto altro che andare ognuno per la propria strada, lui si è trasferito in una torre, dio lo benedica, io sto dentro a tutto un altro film, un giorno magari vi racconto, ma nel frattempo ci tenevo a dirvi che sono felice, tanto, e anche un sacco grata, sono stati due anni e mezzo veramente geniali, e succedono ancora cose divertentissime tipo quella di qualche settimana fa, che diego porta su una bottiglia di rosso per fargli il vinbrulè e io glielo faccio ridendo col mio nuovo film nel letto che dorme, non che lui non abbia un nuovo film, dio lo benedica anche per questo, e alla fine la nostra storia la ricorderò sempre con un gran sorriso, e ora so che c’è più speranza per tutte le storie del mondo, per quanto sembri un insegnamento strano da trarne, per cui grazie, diego, grazie di cuore, questa è per noi, per quanto breve e inadeguata e tutto, cheers.

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cronache marziane

- 8 novembre 2012

-io e te ci siamo conosciuti sei anni fa. non amavo milano, dovevo scriverci su un libro e chiedevo agli amici di portarmi in giro nei posti che amavano. uno ha avuto un’idea geniale e mi ha portata in un bar tabacchi con l’insegna verde. tu eri già lì appollaiato, un apache, un marziano, uno che veniva dalla bowery.

-avevo ventotto anni ed ero molto piccolo borghese. ti guardavo da lontano, suppongo con un certo timore. no, dai, esplicitamente: mi cagavo in mano. avevi la voce piena di catarro e di alcol e io all’epoca bevevo come una femminuccia. avrei cominciato a impegnarmici solo due anni dopo, tornata da roma, per sempre.

-tornata da roma, per sempre, ti ho incontrato quasi tutti i giorni. ero diventata randagia, tu lo eri all’incirca da tutta la vita. gravitavamo intorno agli stessi locali, che non è una sorpresa per nessuno. quando ti sei abituato a vedermi in giro hai deciso che ti piacevo. c’è voluto il suo tempo. proprio niente di male, in questo.

-mi hai battezzata danuscia cicosca, che ho scoperto anni dopo essere la tua seconda moglie. insieme avevamo fatto la cameriera del capetown, lia, che infatti chiamavi asia come avevi chiamato tua figlia. a volte cercavi di convincermi a tornare insieme, altre volte mi mandavi a cagare. se no mi raccontavi cose. stavo sempre a sentirti volentieri.

-stavo sempre a sentirti volentieri, anche quando puzzavi terribilmente. ma tanto dopo un po’ ci si abituava, non era un grosso problema. il problema era che quando ti chiedevo di lasciarmi scrivere tu niente, parlavi, parlavi, parlavi. per mandarti via dovevo fare la faccia serissima. allora te ne andavi, ma non prima di avermi guardata con un certo disprezzo.

-questa l’ho già messa in un libro, ma sai quanto me ne frega. una notte piangevo seduta su un gradino all’angolo con via vigevano. piangevo, tu sei passato e mi hai detto, ciao, mary poppins! allegro come un fringuello, come non ti avevo mai sentito. sono scoppiata a ridere. dio ti benedica, antonio corbetta.

-ti ho visto anche l’altroieri, poco prima che morissi. ti ho parlato come al solito, ma mi hai detto solo che avevi le fiesta ferrero nel sacchetto. altri sostengono di averti sentito dire che avevi la morte che ti inseguiva da giorni. a me non l’hai detto. forse le fiesta ferrero erano più un terreno comune.

-sei tornato a casa, ti sei messo a letto, hai messo su i pink floyd e sei andato via così. e io una di queste sere mi appollaio sul tuo trespolo e mi bevo un’heineken al posto tuo. che sai quanto mi fa schifo, sai esattamente quanto. anche per questo te la devo. bentornato a casa, capo della polizia spaziale.

 

 

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il regalo più bello che potevo ricevere

- 27 dicembre 2011

a quattro giorni dalla fine del duemilaeundici ho letto un libro che mi ha riportata a casa. non so quanto durerà, non molto probabilmente, ma è una sensazione che mi sto godendo un mondo. ci sono forse dieci libri in grado di riportarmi a casa, e averne scoperto un altro mi fa sentire meglio di quanto riesca a spiegare. e ora lasciate che vi prometta una cosa, o se non altro che la prometta a me stessa. un giorno, se mai mi sarà riuscito l’incredibile trucco di non perdermi, mi metterò a scrivere per riportare a casa alcuni di voi. lo farò senza fretta e senza le regole di alcun editore, e quando sarò soddisfatta troverò il modo di farvelo avere. in questo momento è il solo senso che riesco a dare al mio scrivere – scrivere, non pubblicare: saldare i miei debiti di riconoscenza. dio, era così semplice che non so come non ci sono arrivata finora. spero solo che un giorno vi serva almeno quanto serve ora a me.

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provaci ancora, disney

- 25 novembre 2011

pensavo l’altra mattina che insieme forse alla prima canzone di Cenerentola (l’inno dell’alienata che non fa ‘ncazzo per cambiare le cose: tu sogna e spera fermamente/dimentica il presente/e il sogno realtà diverrà) la prima canzone della Bella e la Bestia è tra le più odiose e francamente diseducative della storia dell’animazione per bambini. qualcuno se la ricorda? prego altrimenti, è qua.

in pratica questa entra in scena e la prima cosa che dice è “tutto qui”. tanto per dire che “tutto qui” sarà probabilmente la catchphrase del personaggio più antipatico di una roba che sto scrivendo in questi giorni, brutta puttanella hipster ante litteram che non sei altro.
ma procediamo. in tono palesemente finto apprezzativo la signorina ci informa (minuto 0,10) che nel suo paesino niente cambia mai e la gente vive con semplicità (aggiungendo pure un ma che vita è questa qua? da prenderla a mestolate in testa). intorno a lei il villaggio, pieno di gente che si fa un culo così dal mattino, comincia la sua giornata: tutti si salutano con calore e si informano sulle reciproche condizioni di salute – incluso il fornaio, che per fare quelle baguette con cui ti ingrassi il culo (ma che parlo a fare, come minimo segui la dieta no carbs simpatica come sei) è facile che sia in piedi dalle quattro.
con tutto ciò, l’educato fornaio saluta e s’informa: dove te ne vai? (minuto 0,41). e questa giù a raccontargli del libro che ha appena finito di leggere - Il fagiolo magico, a occhio e croce, una roba molto intellettuale. cazzo gliene fregherà al fornaio? sta lavorando! esattamente come il libraio, del resto, cui la nostra eroina procede a rompere le balle (minuto 1,22) solo per mostrarci un’altra sfumatura della sua irresistibile personalità: è lì per scroccare l’ennesimo libro. ma trovati un lavoro, no? così puoi comprarteli, i libri, invece di farteli prestare - o peggio ancora regalare, come il buon libraio non manca di fare subito dopo.
ah, ma attenzione che adesso viene il bello. minuto 2,05: la sempre più adorabile belle si siede a leggere sul bordo di una fontana. in quel momento passa un gregge che, incuriosito, le si ferma intorno (suscitando un sacrosanto moto di stizza nella signora dietro, che porca puttana alla fontana ci va a lavare i panni, lei).
parte a quel punto l’edificante assolo della piccola zoccola:

ooh, io sto sognando
è il momento che amo più perché
lei si sta innamorando
e tra poco scoprirà che lui è il suo re

vi prego di incamerare tutti insieme questo squisito momento: il brano del libro che belle preferisce è quando la protagonista scopre che il suo ganzo c’ha i soldi. roba che noemi letizia al confronto è romantica. no, voglio dire.
ma procediamo, procediamo ancora. all’arrivo del giustamente alterato pastore la nostra diletta se ne va senza manco chiedere scusa, riuscendo addirittura nella ragguardevole impresa – dato che legge invece di guardare dove mette i piedi – di far fuori l’idiota del villaggio (minuto 2,47).
ed ecco che entra in scena gaston, il bello del paese (andrebbe notato che persino costui è socialmente più utile della protagonista: se non altro va a caccia). quasi subito (minuto 3,10) ci rivela il suo desiderio più grande: sposare belle. e perché vuole sposarla? perché è la più bella del paese, dunque è la migliore. prendete nota, bambine: se siete gnocche nella vita potete avere tutto quello che volete. o meglio ancora pretenderlo, come infatti fa subito la cara belle (minuto 4,oo):

la vita deve darmi un po’ di più!

e il villaggio giù a osannarla, in brodo di giuggiole, chiamandola stravagante, originaleinsolita (minuto 4,10). vedi con che nomignoli la chiamavano se era uno sgorbio invece. vedi se il libraio non le spaccava la faccia, anziché regalarle i libri.

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