better to light a candle than to curse the darkness
- 30 settembre 2011 
al funerale del signor bonelli, ieri, ne ho sentite tante. all’inizio qualcuno ha detto che si aspettava un casino tale che sarebbe stato meglio renderla una cerimonia privata, e io ho pensato che stavamo parlando di un uomo che nei limiti del possibile non aveva mai reso privata neanche una cena. qualcuno ha odiato tantissimo i fotografi e quelli che filmavano; io ho pensato che era un po’ indelicato, ma che in fondo queste cose lo sono sempre, e tutto sommato oggi su youtube non c’è un video a pagarlo. qualcuno ha detto che se lui avesse potuto scegliere non avrebbe scelto un funerale cattolico, ma secondo me non è vero, il signor bonelli non disprezzava le tradizioni. personalmente ho odiato che da un certo punto in poi si siano messi tutti a parlare di lavoro, ma poi mi son detta che in fondo il signor bonelli avrebbe capito. certo, avrebbe sacramentato, come sacramentava sempre quando si accorgeva che i suoi lavoravano anche di domenica (dovevano farlo a finestre chiuse e luci abbassate, raccontano, perché non se ne accorgesse), però avrebbe capito. perché il signor bonelli somigliava davvero a milano: pratico, gran lavoratore e galantuomo, aperto alle diversità più grandi a patto che non gli venisse chiesto di capirle – solo di accettarle. e a chi qualche giorno fa l’ha definito pessimista, vorrei rispondere che il pessimismo milanese è una categoria a sé stante: il milanese vecchio stile ti dice che va tutto di merda, ma intanto ti chiede, hai messo la maglia di lana? il suo brontolare è affettuosa zavorra e rimboccar di maniche, e il signor bonelli, dio lo benedica, brontolava un sacco.
(a tutti quelli che ho abbracciato: eravate bellissimi, così eleganti. il signor bonelli avrebbe apprezzato: a me lo diceva sempre, di vestirmi da signorinetta.)

apprezzo assai, soprattutto il paragone tra Sergio e Milano.
grazie, giò. è stato bello vederti lì.