Vieniminelcuore
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Leonard Cohen, 9 luglio 2013, Lucca Summer Festival

- 14 luglio 2013

cohen

ho visto due concerti nell’ultima settimana, opposti e complementari, di una bellezza inaudita. il primo è stato quello di leonard cohen, e questo è il mio racconto/recensione. a domani al più tardi per quello di nick cave (lo so, sono lentissima. so anche che ci sono in giro un sacco di foto migliori, ma quella gliel’ho fatta io, per cui ecco qua).

A vent’anni ero nota nel giro dei concerti milanesi come quella che arrivava ore prima – dalle due alle cinque, a seconda del grado di difficoltà – per riuscire a piazzarsi in prima fila sotto il palco. Trovandomi con del gran tempo da ammazzare mi capitava di fare due chiacchiere con chi c’era. E chi c’era – quando c’era – erano i membri dello staff. O la backstage crew. O, quando proprio ti andava di culo, uno o più musicisti arrivati in anticipo.
Quello che una groupie o aspirante tale impara in fretta, se motivata abbastanza, è che esistono dei varchi nascosti che ti portano dove vorresti andare. C’è come una specie di codice non scritto che fa sì che se ti comporti bene, non rompi le balle, sei carina con tutti e possibilmente carina in generale, alla fine ogni tanto qualcosa la spunti. Ti vengono fatti dei regali, tipo la scaletta autografata o il plettro del bassista. Ti si dice in segreto da che parte uscirà la band o in che locale andrà dopo. Nei casi più memorabili ti si porta nel backstage o sul tour bus, e lì puoi morire in pace, la tua missione è compiuta.
Quando invece hai un pass all areas, come me in questo caso, è tutto più semplice. La crew la conosci per forza, ci mangi anche insieme prima del concerto. E confermi quello che hai sempre pensato: è gente fantastica. Solida, caustica, divertente, 100% no bullshit. Non sempre usciresti a bere una birra con gli artisti che ami. Con la crew invece sì, sempre.
Uno alla volta arrivano anche i membri della band di Cohen. Batterista, chitarrista, tastierista. Lo chiedi, se ti sarà possibile incontrarlo; certo che lo chiedi. Ma non ci speri. A fiuto non sarà possibile. A signori settantanove anni Leonard Cohen ti dà di tutto meno che del compagnone avvicinabile. Mette soggezione, e questa è una cosa bellissima. In pochi incutono un timore reverenziale del genere. Ti vergogni anche solo a proporgli un’intervista, ti corregge il tiro mentale all’istante.
La sua band e il suo staff in compenso fanno bene all’anima. Amici, entusiasti, coordinati. Una vera squadra. Dietro il palco, in attesa del concerto, festeggiano il compleanno del tour manager. Ti unisci volentieri, ascolti le loro storie. Sono contentissimi di essere di nuovo in tour con Leonard Cohen, non succedeva dal 2008. Ogni volta è un piacere, dicono, e non stanno mentendo, si vede.
Frattanto sbirci il programma appeso fuori dalla zona catering. Il concerto inizia alle nove perché andrà avanti fino a mezzanotte, con una pausa di venti minuti per riprendere fiato. Pensi a certi pivellini ventenni che dopo un’ora scarsa di concerto sono già spompati. Lo zio Leonard no, lui è un uomo tutto d’un pezzo, o fa le cose come dio comanda o non le fa proprio. È anche un bel modo di metterla, come dio comanda, nel suo caso.
In teoria dovresti seguire il concerto dall’area stampa. Chiedi dove si trovi e ti viene risposto in fondo alla piazza. Okay, non ci siamo capiti, pensi. Entri con il pubblico pagante e occupi in corsa il primo posto disponibile. A concerto iniziato scivoli verso il palco. Ti siedi per terra all’altezza del suo microfono. Ooh, ecco, meglio.
Tendi a pensarlo di tutti gli artisti che ami, ma Leonard Cohen in particolare merita la visione da vicino. Non tanto perché è un bell’uomo – e lo è di sicuro, avercene. È che ogni suo gesto è stile. E siccome il suo stile è impeccabile e minimalista – un binomio ben raro, di questi tempi – non bisogna perdersene una virgola. Blocco di appunti, prego.
I completi che indossa, tanto per cominciare. Perfettamente tagliati, che lo ringiovaniscono. Il cappello, inarrivabile strumento romantico. I gesti, misurati e eleganti. La voce, sconcertante e profonda nella sua non età. L’impeccabile disposizione del suo ensemble. La bravura e la grazia delle tre artiste che lo accompagnano. Ogni dettaglio trasuda attenzione e cura; occhi e orecchie fanno le fusa, e si abbandonano con piacere.
La prima parte quasi ti trae in inganno. La sensazione è simile a quella del concerto dei Dead Can Dance di un mese prima: bellissimo, perfetto, voi là, io qua. Certo, Leonard Cohen si inginocchia mentre canta, ma per ora non basta: resti comunque un po’ in disparte. Sarà per il gelo degli stranieri che hai intorno, che giustamente ti guardano male perché stai seduta in terra quando loro hanno pagato per la loro sedietta in prima fila; sarà anche questa cosa di dover coprire l’evento via twitter, che siccome non sai farlo bene ti ruba più tempo di quanto vorresti.
Dopo la pausa però comincia la seconda parte del concerto. Leonard Cohen infila Suzanne, Chelsea N°2 e Sisters of mercy; Suzanne è enorme, su Chelsea N°2 cominci a pensare che è straordinario come quest’uomo riesca a parlarti di pompini e di dio come se fossero la stessa cosa, e subito dopo, su hai detto che di solito preferisci gli uomini belli/ma che per me farai un’eccezione, ridi di gusto come la metà del pubblico.
Poi succede una cosa che non ti aspetti. Cohen si leva il cappello, se lo appoggia sul cuore e lascia la scena a Sharon Robinson. E Sharon Robinson, insospettabile, stacca una Alexandra leaving che ti si accappona la pelle solo a pensarci. Cominci a piangere a dirotto, e pensi che di solito non ti piace quando sono altri a cantare le canzoni dei tuoi preferiti. Cohen invece è riuscito a fare in modo che l’artista che ha scelto ti emozionasse più di lui. Definisci anima grande.
Da lì a Hallelujah è un niente, e le lacrime continuano a scorrere. Fino al primo enchore, So long Marianne, la tua preferita. Scatti in piedi assieme a tutti gli altri, che certe cose o ti attacchi alla transenna o niente. E infatti vi ci aggrappate come naufraghi, a piangere, a ridere, a guardarvi in faccia, mentre vi piovono addosso First we take Manhattan, Famous blue raincoat e la sorpresa finale: I tried to leave you, assente nella scaletta romana altrimenti rispettata alla lettera.
Leonard Cohen scende quindi dal palco, con passo di danza à la Singing in the rain, e tu hai l’assoluta, totale certezza che non lo incontrerai. In compenso appena dietro al palco rivedi Phil, uno dei membri della crew che hai conosciuto prima, che ti dice che secondo lui finora è stato il concerto più bello, e che I tried to leave you era proprio un regalo per voi. E comprendi che lo zio Leonard fa magie da lontano, e che va benissimo così. Se è arrivata a capirlo la groupie che hai dentro, non può essere in nessun altro modo.

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