Vieniminelcuore
tutto quello che hai sempre voluto sapere sull'Autrice del libro e non hai mai trovato altrove perché a nessuno è mai fregato di pubblicarlo

love the outside first

- 14 ottobre 2013

leather jacket

l’altro giorno parlavo di corazze, di come le persone sono fatte dentro e di come le persone sono fatte fuori (corazza as in: la serie di atteggiamenti che ciascuno di noi ha fatto in modo nel tempo che diventassero noi). ne parlavo nel contesto di una discussione che andava a parare dalle parti del nobile concetto di: ma dentro, x, è una persona diversa. laddove diversa significa sempre in qualche modo più profonda, più sincera, più vulnerabile, più tutte quelle cose che tanto ci colpiscono nei film, nei libri e nelle canzoni, e che quando avevamo diciannove anni erano tutto quello che speravamo di incontrare, un giorno, and get to love.
ecco, il mio punto di vista di merda dentro alla discussione era che la gran parte di noi nel frattempo si è fatta una vita, per quanto deplorevole, e che se speri di tirare avanti sul principio che per sempre amerai il nucleo di bellezza chiudendo un occhio sulle quotidiane minchiate allora tanti cari auguri, amico mio, ti guarderemo da qua.
perché prima o dopo, inevitabilmente, le notti passate a ascoltare quel che uno ha da dire sul suo presunto vero sé finiscono. e se a fare l’epica dai quindici ai ventisette anni grosso modo siamo bravi tutti, quando arriviamo in zona trenta/quaranta la corazza che ci portiamo appresso è fatta principalmente di quotidiana schifezza.
e allora bisogna che ci sforziamo di renderla tollerabile, questa quotidiana schifezza, e di tollerarla negli altri. perché l’altrui nucleo di epica sarà sempre molto bello e per sempre l’ameremo, ma se l’ognigiorno ci farà cagare finiremo col condannarci all’infelicità eterna sulla base del ma dentro, ma in fondo, ma in realtà.
e non è la realtà, capite.
la realtà è la corazza, per lo più.

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2 commenti | Commenta | Permalink
  1. Credo che quanto scrivi sia in parte assimilabile a quanto scrisse Calvino (o forse no, è l’esatto opposto, tenuto conto del tuo invito finale a tollerare).

    “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

    (“Le città invisibili”)

    14 ottobre 2013 - 21:51
  2. Riflettevo sulle stesse considerazioni alcuni giorni fa, tra me e me, ed effettivamente mi rendo conto che la conclusione è la stessa: rende un pò triste la consapevolezza che sia così, ma va cercata la bellezza del presente, comunque. Sopravvivere, insomma.

    29 ottobre 2013 - 23:04

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